Perché secondo Paolo Crepet l'educazione di oggi è "fallimentare"
Commentando l'ennesimo caso di violenza giovanile, Paolo Crepet ha puntato il dito contro l'educazione dei ragazzi di oggi: perché è "fallimentare"
Intervenendo in televisione sui numerosi casi di violenza giovanile di cui abbondano le pagine di cronaca, Paolo Crepet ha usato parole molto dure per descrivere l’educazione di oggi, definendola "fallimentare". Lo psichiatra si è interrogato sulle responsabilità degli adulti e dei modelli culturali trasmessi ai giovani per cercare di capire cosa non sta funzionando.
- L'attacco di Crepet sull'educazione dei giovani d'oggi
- Violenza giovanile, la domanda di Crepet agli adulti
- Cos'ha detto Paolo Crepet sui "miti" dei ragazzi
L’attacco di Crepet sull’educazione dei giovani d’oggi
Paolo Crepet è intervenuto a Ignoto X su La7 per commentare, come psichiatra e sociologo, l’ennesimo fatto di cronaca nera che ha coinvolto dei giovani: l’omicidio della 17enne Zoe Trinchero, per cui è stato arrestato un ragazzo di 19 anni.
Lo psichiatra ha posto al centro della sua riflessione la questione educativa. A suo avviso, l’educazione contemporanea evita il dolore e la frustrazione, nel tentativo di proteggere bambini e adolescenti da qualsiasi esperienza negativa.
"Un ruolo potentissimo l’ha avuta l’educazione fallimentare di questi ultimi decenni – ha affermato Crepet -. Noi (gli adulti) non vogliamo insegnare a un bambino cosa è il dolore, che cos’è una ferita sul ginocchio perché sei caduto dalla bicicletta. Non vogliamo i voti a scuola perché non vogliamo la frustrazione. Non vogliamo un accidenti di niente".
Qual è la conseguenza di questa "educazione fallimentare"? "Quando a 16, 18, 20, 30 anni o anche di più sei di fronte a un naufragio della tua vita e ti hanno protetto fino a un secondo prima, è chiaro che quel naufragio diventa l’apocalisse", ha dichiarato Crepet.
Secondo il professore, è "fondamentale" che i bambini siano educati al gioco perché "saper giocare vuol dire perdere". E ha proposto una serie di situazioni che, ha sottolineato, insegnano ai giovani a entrare in contatto con la frustrazione, abituandoli a gestire questo sentimento. "Se io gioco a nascondino, prima o poi mi beccano. Ecco la frustrazione. Non sono stato scaltro, mi hanno trovato. Non sono stato preparato, mi hanno dato un brutto voto a scuola. I miei amici sono andati a prendersi una pizza e non mi hanno invitato. La ragazza ha preferito un mio amico. Tutte queste cose qua sono fondamentali: è la costruzione di sé".
Da qui la sua critica: "(La frustrazione) l’abbiamo tolta come fosse un ingombro e ci piacciono i bambini perfetti. E se non sono perfetti ci pensa Instagram. Questo non è un orrore? Quanto ci metteremo ancora a capire che tutto questo va rivisto?".
Violenza giovanile, la domanda di Crepet agli adulti
Crepet ha poi contestato l’idea che oggi i casi di violenza siano legati al contesto geografico o sociale. Mentre "una volta la violenza era legata alla miseria, in qualche modo, era la rabbia del miserabile, del disgraziato, dell’ultimo dei dannati della terra, chiamiamoli così, oggi non possiamo dire questo". Questo, ha continuato, "non riguarda la provincia, la città, il sud, il nord, chi sta bene, chi non sta bene. La storia è ben diversa e dobbiamo capirlo sennò torniamo a fare cronaca e poi faremo la fiaccolata", ha affermato.
"Guardate che due anni fa è morta Giulia (Cecchettin), proprio in questo periodo. E siamo ancora a dover ripetere le stesse cose, come ‘no al femminicidio’. Ovvio che sì, che ci dobbiamo ripetere in questo, però dobbiamo fare un salto avanti", ha intimato Crepet.
Lo psichiatra ha proseguito: "Una domanda che mi faccio è: perché piace la violenza? Cosa c’è di bello nella violenza? Lo chiedo a noi adulti e chiedo se per caso qualcuno di noi ha il sospetto che questo sia stato qualcosa che abbiamo tramandato alle generazioni più giovani".
Crepet ha anche osservato che, di fronte ai casi di violenza, c’è sempre qualcuno che dice: "Non lo avrei mai pensato". "Fino a un secondo prima non pensiamo a niente perché noi non ci aspettiamo niente, non abbiamo capito niente – ha commentato l’esperto -. Non abbiamo capito che il progresso non è un antidoto, che certe parti di noi o cerchiamo di capirle oppure verranno su a galla come un tronco dopo un’alluvione. Cosa fanno questi ragazzi?". È questa la domanda che, più di tutte, necessita di una risposta secondo Crepet.
Cos’ha detto Paolo Crepet sui "miti" dei ragazzi
Un altro punto centrale del ragionamento di Crepet riguarda i modelli culturali dei giovani. "Questi ragazzi che miti hanno? Qual è il mito, l’eroe? – ha chiesto – Perché forse questo ragazzo (il 19enne che ha confessato l’omicidio di Zoe Trinchero) aveva un eroe vigliacco se si è comportato così. Non aveva Ulisse, ma forse non sa neanche chi è Ulisse".
Per Crepet, la mancanza di miti positivi è un segnale di una società che non trasmette più storie di passione, coraggio, ricerca e intelligenza. "E allora bisogna spiegare chi era Ulisse. Ulisse era un figo pazzesco, bisogna dirlo ai ragazzi". L’eroe omerico diventa così il simbolo di ciò che manca: un immaginario capace di ispirare e di offrire un modello di forza che non sia violenta, ma di una forza che nasce dal pensiero, dalla capacità di superare i propri limiti, dal desiderio di esplorare l’ignoto.