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Crepet stronca i miti dei ragazzi e cita Ulisse: "Figo pazzesco"

Parlando di violenza giovanile, lo psichiatra Paolo Crepet stronca i "miti" dei ragazzi di oggi e cita Ulisse, definendolo "un figo pazzesco"

Camilla Ferrandi

Camilla Ferrandi

GIORNALISTA SOCIO-CULTURALE

Nata e cresciuta a Grosseto, sono una giornalista pubblicista laureata in Scienze politiche. Nel 2016 decido di trasformare la passione per la scrittura in un lavoro, e da lì non mi sono più fermata. L’attualità è il mio pane quotidiano, i libri la mia via per evadere e viaggiare con la mente.

Paolo Crepet è tornato in televisione a parlare di violenza giovanile. Partendo da un fatto di cronaca nera, il noto psichiatra ha sviluppato una lunga riflessione sul sistema educativo che forma le nuove generazioni e sui "miti" a cui i ragazzi di oggi si ispirano. Nel suo intervento, Crepet ha citato anche la figura di Ulisse, definendolo "un figo pazzesco".

Cos’ha detto Crepet sui "miti" dei ragazzi di oggi

Lo psichiatra Paolo Crepet è stato ospite di Pino Rinaldi a Ignoto X su La7 per parlare di violenza tra giovani partendo dall’omicidio della 17enne Zoe Trinchero.

Nel suo intervento, il professore ha messo in discussione il contesto educativo e culturale in cui stanno crescendo le nuove generazioni, invitando a interrogarsi sui loro punti di riferimento. "Questi ragazzi che miti hanno? Qual è il mito, l’eroe? Perché forse questo ragazzo aveva un eroe vigliacco se si è comportato così", ha osservato Crepet riferendosi al 19enne reo confesso dell’omicidio.

Secondo l’esperto, tra i suoi miti il giovane "non aveva Ulisse", l’eroe omerico dell’Iliade e dell’Odissea, simbolo nella cultura occidentale di curiosità, coraggio e spinta verso l’ignoto.

"Forse non sa neanche chi è Ulisse", ha aggiunto Crepet. "E allora bisogna spiegare chi era Ulisse. Ulisse era un figo pazzesco, bisogna dirlo ai ragazzi".

Paolo Crepet su violenza giovanile e scuola

Paolo Crepet ha poi affrontato il tema della scuola, sostenendo che oggi si trova "nell’impossibilità di capire chi ha davanti", cioè di intercettare eventuali segnali di disagio o o comportamenti a rischio negli studenti.

A questo proposito, lo psichiatra ha dichiarato: "Come facciamo (i prof) a capire 35 ragazzi in una classe per 45-50 minuti dove devo parlare di quale materia, poi ci sono 10 minuti, poi c’è un cortile dove stanno tutti col telefonino. Dopo all’una e mezza tornano tutti a casa da soli, non c’è nessuno. Chi chiede a un ragazzo ‘come stai, come va?’. C’è un professore pagato dallo Stato che ha mezzora per chiedere a Matilde piuttosto che a Corrado ‘ti vedo un po’ strano, hai cambiato atteggiamento, facciamo due passi, mi racconti cosa c’hai dentro’? Questo sarebbe lo psicologo? Ma perché deve essere uno psicologo a farlo? Un adulto non può farlo? Può essere anche l’allenatore di basket. A meno che non siamo totalmente soli. È questo il problema".

Crepet ha contestato l’idea che chiedere a un giovane come sta e capire cosa ha dentro sia una prerogativa esclusiva dello psicologo. Secondo lui, questa funzione può essere svolta da qualsiasi adulto: genitori, insegnanti e educatori. Allo stesso tempo, lo psichiatra si è chiesto come un docente possa farlo concretamente nella scuola di oggi, caratterizzata di classi molto numerose e di tempi contingentati.

Perché l’educazione di oggi è "fallimentare" per Crepet

Crepet ha poi allargato il discorso all’intero sistema educativo. "Siamo affascinati dal male. Dentro ai social c’è violenza. O lei pensa che uno si mette su Tik Tok perché vuole rileggere Leopardi? Non mi pare. Pensa a cosa? Alla frustrazione. E qui un ruolo potentissimo l’ha avuta l’educazione fallimentare di questi ultimi decenni", ha affermato.

Secondo l’esperto, uno dei problemi principale dell’educazione contemporanea è il tentativo costante di tenere bambini e adolescenti lontani da dolore e frustrazione. "Noi non abbiamo e non vogliamo insegnare a un bambino cosa è il dolore, che cos’è una ferita sul ginocchio perché sei caduto dalla bicicletta. Non vogliamo i voti a scuola perché non vogliamo la frustrazione. Non vogliamo un accidenti di niente. Poi è evidente che quando a 16, 18, 20, 30 anni o anche di più sei di fronte a un naufragio della tua vita e ti hanno protetto fino a un secondo prima, è chiaro che quel naufragio diventa l’apocalisse".

Lo psichiatra ha proseguito: "Perché non l’abbiamo fatto? Perché non insegniamo ai bambini a giocare? Saper giocare vuol dire perdere. Se io gioco a nascondino, prima o poi mi beccano. Ecco la frustrazione. Non sono stato scaltro? Mi hanno trovato. Non sono stato preparato? Mi hanno dato un brutto voto a scuola. I miei amici sono andati a prendersi una pizza e non mi hanno invitato. La ragazza ha preferito un mio amico. Tutte queste cose qua sono fondamentali: è la costruzione di sé. L’abbiamo tolta come fosse un ingombro e ci piacciono i bambini perfetti. E se non sono perfetti ci pensa Instagram. Questo non è un orrore? Quanto ci metteremo ancora a capire che tutto questo va rivisto?".