Crepet stronca i miti dei ragazzi e cita Ulisse: "Figo pazzesco"
Parlando di violenza giovanile, lo psichiatra Paolo Crepet stronca i "miti" dei ragazzi di oggi e cita Ulisse, definendolo "un figo pazzesco"
Paolo Crepet è tornato in televisione a parlare di violenza giovanile. Partendo da un fatto di cronaca nera, il noto psichiatra ha sviluppato una lunga riflessione sul sistema educativo che forma le nuove generazioni e sui "miti" a cui i ragazzi di oggi si ispirano. Nel suo intervento, Crepet ha citato anche la figura di Ulisse, definendolo "un figo pazzesco".
- Cos'ha detto Crepet sui "miti" dei ragazzi di oggi
- Paolo Crepet su violenza giovanile e scuola
- Perché l'educazione di oggi è "fallimentare" per Crepet
Cos’ha detto Crepet sui "miti" dei ragazzi di oggi
Lo psichiatra Paolo Crepet è stato ospite di Pino Rinaldi a Ignoto X su La7 per parlare di violenza tra giovani partendo dall’omicidio della 17enne Zoe Trinchero.
Nel suo intervento, il professore ha messo in discussione il contesto educativo e culturale in cui stanno crescendo le nuove generazioni, invitando a interrogarsi sui loro punti di riferimento. "Questi ragazzi che miti hanno? Qual è il mito, l’eroe? Perché forse questo ragazzo aveva un eroe vigliacco se si è comportato così", ha osservato Crepet riferendosi al 19enne reo confesso dell’omicidio.
Secondo l’esperto, tra i suoi miti il giovane "non aveva Ulisse", l’eroe omerico dell’Iliade e dell’Odissea, simbolo nella cultura occidentale di curiosità, coraggio e spinta verso l’ignoto.
"Forse non sa neanche chi è Ulisse", ha aggiunto Crepet. "E allora bisogna spiegare chi era Ulisse. Ulisse era un figo pazzesco, bisogna dirlo ai ragazzi".
Paolo Crepet su violenza giovanile e scuola
Paolo Crepet ha poi affrontato il tema della scuola, sostenendo che oggi si trova "nell’impossibilità di capire chi ha davanti", cioè di intercettare eventuali segnali di disagio o o comportamenti a rischio negli studenti.
A questo proposito, lo psichiatra ha dichiarato: "Come facciamo (i prof) a capire 35 ragazzi in una classe per 45-50 minuti dove devo parlare di quale materia, poi ci sono 10 minuti, poi c’è un cortile dove stanno tutti col telefonino. Dopo all’una e mezza tornano tutti a casa da soli, non c’è nessuno. Chi chiede a un ragazzo ‘come stai, come va?’. C’è un professore pagato dallo Stato che ha mezzora per chiedere a Matilde piuttosto che a Corrado ‘ti vedo un po’ strano, hai cambiato atteggiamento, facciamo due passi, mi racconti cosa c’hai dentro’? Questo sarebbe lo psicologo? Ma perché deve essere uno psicologo a farlo? Un adulto non può farlo? Può essere anche l’allenatore di basket. A meno che non siamo totalmente soli. È questo il problema".
Crepet ha contestato l’idea che chiedere a un giovane come sta e capire cosa ha dentro sia una prerogativa esclusiva dello psicologo. Secondo lui, questa funzione può essere svolta da qualsiasi adulto: genitori, insegnanti e educatori. Allo stesso tempo, lo psichiatra si è chiesto come un docente possa farlo concretamente nella scuola di oggi, caratterizzata di classi molto numerose e di tempi contingentati.
Perché l’educazione di oggi è "fallimentare" per Crepet
Crepet ha poi allargato il discorso all’intero sistema educativo. "Siamo affascinati dal male. Dentro ai social c’è violenza. O lei pensa che uno si mette su Tik Tok perché vuole rileggere Leopardi? Non mi pare. Pensa a cosa? Alla frustrazione. E qui un ruolo potentissimo l’ha avuta l’educazione fallimentare di questi ultimi decenni", ha affermato.
Secondo l’esperto, uno dei problemi principale dell’educazione contemporanea è il tentativo costante di tenere bambini e adolescenti lontani da dolore e frustrazione. "Noi non abbiamo e non vogliamo insegnare a un bambino cosa è il dolore, che cos’è una ferita sul ginocchio perché sei caduto dalla bicicletta. Non vogliamo i voti a scuola perché non vogliamo la frustrazione. Non vogliamo un accidenti di niente. Poi è evidente che quando a 16, 18, 20, 30 anni o anche di più sei di fronte a un naufragio della tua vita e ti hanno protetto fino a un secondo prima, è chiaro che quel naufragio diventa l’apocalisse".
Lo psichiatra ha proseguito: "Perché non l’abbiamo fatto? Perché non insegniamo ai bambini a giocare? Saper giocare vuol dire perdere. Se io gioco a nascondino, prima o poi mi beccano. Ecco la frustrazione. Non sono stato scaltro? Mi hanno trovato. Non sono stato preparato? Mi hanno dato un brutto voto a scuola. I miei amici sono andati a prendersi una pizza e non mi hanno invitato. La ragazza ha preferito un mio amico. Tutte queste cose qua sono fondamentali: è la costruzione di sé. L’abbiamo tolta come fosse un ingombro e ci piacciono i bambini perfetti. E se non sono perfetti ci pensa Instagram. Questo non è un orrore? Quanto ci metteremo ancora a capire che tutto questo va rivisto?".