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Cattelan riforma la scuola: perché il passato remoto "va abolito"

Alessandro Cattelan presenta la sua riforma della scuola puntando il dito contro il passato remoto: perché "va abolito" (secondo il conduttore)

Camilla Ferrandi

Camilla Ferrandi

GIORNALISTA SOCIO-CULTURALE

Nata e cresciuta a Grosseto, sono una giornalista pubblicista laureata in Scienze politiche. Nel 2016 decido di trasformare la passione per la scrittura in un lavoro, e da lì non mi sono più fermata. L’attualità è il mio pane quotidiano, i libri la mia via per evadere e viaggiare con la mente.

Nella newsletter Supernova Club, Alessandro Cattelan ha lanciato la sua riforma della scuola che individua un bersaglio ben preciso che “va abolito“: il passato remoto. Il conduttore racconta di aver maturato questa idea aiutando sua figlia a studiare i tempi verbali. Un’esperienza che, ha detto, gli ha fatto dubitare perfino di meritare la cittadinanza italiana. Da qui il suo progetto: se un giorno dovesse diventare “Imperatore d’Italia”, il suo primo editto riguarderebbe l’eliminazione del passato remoto.

Alessandro Cattelan presenta la sua riforma scolastica

La newsletter si apre con un’immagine: Alessandro Cattelan è appena tornato da New York. In pieno jet leg, “con una nebbiolina nel cervello” che non gli permette di concentrarsi adeguatamente, sta aiutando sua figlia di 9 anni a imparare le coniugazioni e i tempi verbali. Un’esperienza che ha definito “lisergica” e che lo ha portato a una conclusione: qualcosa, nella scuola italiana, va cambiato.

Da qui il suo manifesto: “Vi anticipo che il giorno in cui verrò eletto Imperatore d’Italia, il primo editto riguarderà senza dubbio la riforma della scuola attraverso l’eliminazione del passato remoto“, ha scritto con tono ironico.

“Siccome sarò un Imperatore moderato e fermamente convinto che la prosperità risieda nella pace, lo lascerò facoltativo da Napoli in giù”, ha aggiunto divertito, alludendo all’ampio uso del passato remoto nei dialetti meridionali. Per i bambini del Nord, invece, la sentenza è definitiva: “Potranno smettere di memorizzare forme verbali che non useranno mai nella loro vita”.

La verità, ha proseguito Cattelan, “è che per quanto la scienza stia facendo passi da gigante in questo senso, non viviamo ancora così a lungo da giustificare l’utilizzo di un tempo verbale che sarebbe adatto per raccontare fatti ambientati nel Pleistocene“.

Il conduttore ha poi immaginato un dialogo tra due conoscenti che non si vedono dal “Pleistocene”, da quella vacanza fatta “a piedi” in Africa o in Europa, dove acquistarono “una maglietta di pelo di Mammut”. Un’immagine “archeologica” volutamente al limite per ribadire il suo concetto: “Ecco, in questo caso va bene il passato remoto. Per tutti i fatti più recenti di una cinquantina d’anni direi che col trapassato prossimo siamo meno barocchi“.

Cos’ha detto Cattelan sui tempi verbali

La sua riflessione non si ferma al passato remoto. Cattelan punta il dito anche contro la nomenclatura dei tempi verbali italiani, “scelti appositamente per temprare la memoria e contestualmente distruggere la logica dei bimbi italiani in età da scuola primaria“, ha scritto.

E se l’è presa anche con l’imperfetto: “Se il presente si chiama presente, e il futuro si chiama futuro, perché mai il passato lo hanno chiamato imperfetto? Cosa significa? Imperfetto rispetto a cosa, poi? La perfezione infondo esiste davvero, o è solo un’utopia?”.

Secondo lui, è tutto un grande piano per ingarbugliarci il pensiero fin dalla tenera età: “È chiaro che sia solo una strategia per confonderci”.

Ma, ha concluso, “probabilmente questi discorsi sono frutto del sopracitato jet leg, una di quelle cose che un tempo smaltivo senza problemi e adesso è li, insieme ai peli che crescono dentro le orecchie e spuntano da dentro al naso, a ricordarmi che sto diventando vecchio”.