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Bullismo a scuola, qual è il vero problema secondo Daniele Novara iStock

Bullismo a scuola, qual è il vero problema secondo Daniele Novara

Il pedagogista Daniele Novara ha pubblicato un post su Facebook in cui parla di come nascono i bulli e cosa dà origine al bullismo tra coetanei

Stefania Bernardini

Stefania Bernardini

GIORNALISTA

Giornalista professionista dal 2012, ha collaborato con le principali testate nazionali. Ha scritto e realizzato servizi Tv di cronaca, politica, scuola, economia e spettacolo. Ha esperienze nella redazione di testate giornalistiche online e Tv e lavora anche nell’ambito social

Già all’inizio dell’anno scolastico 2025/2026 sono emersi nuovi casi di bullismo che dimostrano quanto il fenomeno sia diffuso tra bambini e adolescenti. L’esperto pedagogista Daniele Novara ha pubblicato un post su Facebook in cui fa un’analisi sulla situazione e su quale sia il vero problema.

Il problema del bullismo per Daniele Novara

Sui social Novara, premettendo che già con l’inizio della scuola si parla sempre più spesso di bullismo, ha scritto che il problema “non sta tanto nella mancanza di leggi o di controlli, ma nel fatto che il nostro sistema educativo non insegna a gestire i conflitti”.

L’esperto ha sottolineato quanto il conflitto sia “parte della vita, è una dimensione naturale delle relazioni umane, e se non educhiamo i ragazzi a viverlo in modo costruttivo, rischiamo che degeneri in violenza“.

Il pedagogista ha poi avvertito che “purtroppo, sia in famiglia sia a scuola, il conflitto viene spesso negato, represso, evitato” creando un vuoto in cui i ragazzi “crescono senza strumenti per affrontare le tensioni e le contrarietà quotidiane”.

Perché nascono i bulli

I giovani, non avendo gli strumenti adeguati per gestire i conflitti, secondo Daniele Novara spesso “finiscono per rifugiarsi nell’isolamento o, al contrario, nell’aggressività”.

Ed è proprio “qui che può nascere il bullismo – si legge nel post del pedagogista – non da un destino inevitabile, ma da una carenza educativa che lascia i giovani soli di fronte alle sfide delle relazioni, specie quelle problematiche”.

Secondo l’esperto, le leggi non bastano per risolvere il problema perché “il bullismo non si sconfigge con la paura della sanzione, ma con un cambiamento culturale ed educativo profondo”.

Chi potrebbe attuare questo cambiamento? Novara ritiene che serva “una scuola che non sia solo trasmissione di nozioni, ma palestra di relazioni” e servano “genitori che non abbiano paura del conflitto, che non cerchino di fare gli “amiconi”, ma sappiano essere guide autorevoli”.

In questo contesto gioca un importante ruolo anche la comunità che dovrebbe dare “valore al rispetto reciproco, alla cooperazione, all’empatia”.

“Se non ripensiamo la nostra cultura educativa – ha concluso Novara – continueremo a rincorrere le emergenze, senza mai affrontare le radici del problema”.

I tre indicatori del bullismo secondo Novara

Non è la prima volta che Daniele Novara interviene sul tema del bullismo. In un articolo sul suo sito del 2023, l’esperto ha citato uno studio degli anni Ottanta di un gruppo di studiosi di area psicosociale del Nord Europa.

Il team mise insieme una serie di comportamenti infantili e adolescenziali definendoli come “bullismo”, stabilendo una differenza netta fra la semplice prepotenza, il litigio o la più generica violenza.

Novara ha poi riportato quali sono i tre indicatori stabiliti dal principale studioso del bullismo, il norvegese Dan Olweus. Per avere conferma di essere davanti a un bullo, per prima cosa “la prepotenza deve essere intenzionale e orientata a creare un danno”.

Inoltre la prepotenza deve essere continuativa nel tempo verso una stessa vittima e la persona presa di mira deve essere palesemente inferiore di forze rispetto al bullo, quindi incapace di difendersi.

Secondo Novara, per scoprire il bullo bisogna parlare e far emergere i problemi, e per questo è difficile intercettarlo e a volte si arriva troppo tardi. Il pedagogista insiste sul fatto che se l’insegnante organizza la sua lezione utilizzando esclusivamente una didattica frontale, difficilmente si potrà accorgere di alcune dinamiche che si innescano nel gruppo classe.

Le didattiche partecipative, invece, sarebbero più efficaci perché i movimenti socio-affettivi di cooperazione o di esclusione sono espliciti, ed è più semplice che gli adulti riconoscano e intercettino eventuali comportamenti problematici e le conseguenze che ne potrebbero derivare.